Per non ascoltare Mika basterebbe leggere quella vecchia pazza di Ida Magli

Ci salveranno le vecchie pazze? C’era una volta Oriana Fallaci, vecchia pazza immensa, oggi c’è Ida Magli, vecchia pazza più piccola e meno glamour ma comunque la migliore vecchia pazza su piazza. Se “La rabbia e l’orgoglio” non ha mutato di un millimetro la nostra sorte collettiva non è pensabile che possa farlo “Difendere l’Italia” (Rizzoli), libro che però mi fa gioco individualmente. Lo uso come usbergo per difendermi dalle giovani ammodo pronte a saltarmi addosso ogni volta che dimentico di autocensurarmi.
6 AGO 20
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Ci salveranno le vecchie pazze? C’era una volta Oriana Fallaci, vecchia pazza immensa, oggi c’è Ida Magli, vecchia pazza più piccola e meno glamour ma comunque la migliore vecchia pazza su piazza. Se “La rabbia e l’orgoglio” non ha mutato di un millimetro la nostra sorte collettiva non è pensabile che possa farlo “Difendere l’Italia” (Rizzoli), libro che però mi fa gioco individualmente. Lo uso come usbergo per difendermi dalle giovani ammodo pronte a saltarmi addosso ogni volta che dimentico di autocensurarmi: la pittrice che, in vineria a Bologna, quando dico froci si guarda intorno temendo che qualcuno mi abbia sentito e che il ludibrio possa coinvolgere pure lei, colpevole di bere con un simile cavernicolo; la rappresentante lombarda ma evidentemente non lumbard che quando scrivo negri mi rimprovera via mail perché invece bisogna dire neri, e siccome reagisco chiamandola negrofila e collaborazionista dell’imminente dominazione africana in Italia mi risponde che sono pazzo. Beh, almeno adesso so che siamo pazzi in due, c’è pure questa antropologa quasi novantenne (nata a Roma nel remoto 1925) che non ha bisogno di autocensurarsi perché la libertà di espressione è forse l’unico lusso di chi non ha molta vita da perdere: della Fallaci che si lanciò contro i maomettani armata del suo cancro al polmone, di Caterina Simonsen che oggi sfida le belve animaliste parzialmente protetta da quattro malattie genetiche devastanti… Ida Magli accusa Enrico Letta e i suoi alleati di averci inflitto “con un anticipo di diversi decenni l’ignominia di essere dominati da stranieri, dagli africani, da popoli che non hanno dato nessun contributo al pensiero umano”.
Chiaramente sta parlando della ministra congolese il cui compito “è quello di lavorare contro gli italiani per inserire il maggior numero di stranieri in terra italiana”. Dobbiamo essere proprio pazzi, poveri pazzi, noi che negli sbarchi di Lampedusa vediamo un’invasione e in Cécile Kyenge una quinta colonna, mentre i più prestigiosi protagonisti della cultura e del culto vi ravvisano delle opportunità, se non perfino il tanto atteso realizzarsi di sorti magnifiche e progressive. Anche quando affronta il tema della sodomia di massa la Magli scrive a tomba aperta e ogni frase rischia la denuncia. Non è che dice froci, ci mancherebbe, non è una vecchia ragazza di strada, è una vecchia professoressa che ha insegnato a Siena e alla Sapienza con una lunga lista di titoli scientifici e quindi parla di omosessuali (comunque ci risparmia la volgare, violenta, discriminatoria verso gli eterosessuali parola inglese di tre lettere). Scrive che l’antropologo del futuro, studiando i documenti con le nuove diciture genitore 1-genitore 2, leggerà l’Europa degli anni Dieci come “una società omosessuale, l’unica che ha bisogno di distruggere il concetto di legame di sangue per potersi rappresentare come strutturata in famiglie”.
Poi dice che la gigantesca emersione dell’omosessualità maschile segnala la libido moriendi dell’occidente e questa me la segno. Poi vede nell’odierno primato dei banchieri, avari per statuto, il “corrispettivo del rifiuto omosessuale del dare e della sterilità del coito” e questa mi piace molto anche se l’ho capita poco. Se Ida Magli spiegasse i passaggi un po’ meglio, uno alla volta, sarebbe perfetta però non sarebbe così pazza e anch’io rischierei di più eleggendola a maestra: ci faremmo la figura di quelli capaci di intendere e di volere, perciò condannabili. Spara talmente a palle incatenate che ha colpito, per quanto di striscio, perfino me. Noi cattolici mariani saremmo tutti più o meno concretamente sodomiti, a cominciare dagli antichi inquisitori che l’antropologa ha studiato a lungo, passando per i gesuiti e finendo, se ho capito bene, con i pellegrini di Medjugorje: “I più devoti innamorati della Madonna sono i maschi più maschi e più femminei, ossia gli omosessuali”. Siccome pazzo non morde pazzo (c’è una logica nella nostra pazzia) non mi permetterò di confutare la signora. Se le fa piacere chiamarmi frocio per via della mia assiduità ai santuari, che frocio mi chiami. Glielo consento anche perché mi ha fatto godere molto nelle pagine contro genderismo e femminismo, sintetizzando magistralmente la più pazza delle mie pazze idee di sempre: “Più donne, meno pensiero critico”.
Si dilunga sul conformismo femminile, sulla bovina, stolida adesione del suo sesso alle ideologie alla moda: “Le donne non si sono nemmeno accorte che il predominio degli omosessuali le esclude dalla società, le esclude dal loro ruolo materno, e inneggiano anch’esse ai diritti degli omosessuali”. Vorrei dedicare questo libro alle mie amiche fortunatamente non vecchie, disgraziatamente non pazze, che ascoltano Mika e Mengoni.